Una nuova era, ma Fidel non si vede

 

 Roberto Livi, L'AVANA, 19.12.2014 “Il Manifesto”

Cuba. Dopo il ritorno dei «cinque eroi», il paese discute del proprio futuro

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Cuba, festeggiamenti dopo la liberazione dei Cinque

 © Reuters

 

«Quello che Fidel aveva pro­messo, Raul l’ha attuato». E’ que­sto il mes­sag­gio che i mass media cubani hanno inviato alla popo­la­zione in que­sti giorni che segnano l’inizio di «una nuova era» per l’isola. Cade il muro diplo­ma­tico che per più di cinquant’anni gli Stati uniti ave­vano ele­vato per sepa­rare i due lati del Golfo di Flo­rida; ritor­nano a casa i “cin­que eroi”, sim­bolo della resi­stenza al potente nemico nor­da­me­ri­cano; ini­zia una nuova era nei rap­porti con gli Usa, certo dif­fi­cile ma foriera di spe­ranze per un futuro migliore. E Fidel tace e non si vede. Un silen­zio che fa molto rumore; un’assenza di imma­gini che suscita molti inter­ro­ga­tivi e da spa­zio ad altret­tante spe­cu­la­zioni, spe­cie all’estero. Il lea­der della revo­lu­ción non approva lo sto­rico accordo siglato dal fra­tello minore con gli Usa? O le con­di­zioni di salute gli impe­di­scono – già da tempo– di pren­dere deci­sioni poli­ti­che di tale por­tata? E, infine, chi comanda a Cuba?

Nes­suno dei mass media cubani affronta que­sti argo­menti e da rispo­ste a domande che, ovvia­mente, si fanno gli ana­li­sti ma che cir­co­lano tra la popo­la­zione, senza gene­rare però ansia o ecces­siva pre­oc­cu­pa­zione. Anche nell’isola, nelle con­ver­sa­zioni pri­vate, si affron­tano gli argo­menti ampia­mente trat­tati all’estero, soprat­tutto negli Stati uniti. Ovvero che –come scrive il Miami Herald– «Fidel ha sem­pre avuto biso­gno di un nemico esterno» e dun­que solo un suo gra­vis­simo stato di salute – alcuni sosten­gono che il più vec­chio dei Castro sia in coma– «gli impe­di­sce di espri­mere la sua oppo­si­zione» alla nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con gli Usa. Raúl, al con­tra­rio, è più prag­ma­tico e ha biso­gno di inve­sti­menti esteri per cer­care di rimet­tere in piedi l’economia cubana e affer­mare così «capa­cità e legit­ti­mità ad eser­ci­tare il potere». Dun­que deve trat­tare con Washing­ton: «Se non l’ha fatto prima è per­ché il fra­tello glielo impediva» .

Su que­ste ipo­tesi ho con­sul­tato un eco­no­mi­sta, Dou­glas Tamayo, uno sto­rico, Enri­que Lopez Oliva (che ha stu­diato nello stesso col­le­gio di gesuiti dove si è for­mato Fidel) e un pro­fes­sore uni­ver­si­ta­rio, mem­bro del par­tito ed esperto di rela­zioni rela­zioni con gli Usa.

Fidel non si vede in pub­blico dallo scorso gen­naio e la sua ultima “rifles­sione” – in rispo­sta a uno degli edi­to­riali del N Y Times — è dello scorso 14 otto­bre . Le ultime imma­gini dif­fuse si rife­ri­scono ad incon­tri che il lider maximo ha avuto con illu­stri ospiti, l’ultima con il pre­si­dente cinese Xi Jin­ping lo scorso 22 luglio. In tutte le imma­gini appare assai debi­li­tato. E’ chiaro dun­que che il suo silen­zio può dipen­dere da con­di­zioni di salute dete­rio­rate. Ma da quando Fidel ha smesso la divisa verde olivo e ha indos­sato una tuta da gin­na­stica, ha lan­ciato un mes­sag­gio chiaro, quello di aver lasciato il posto di comando. Que­sto mes­sag­gio lo ha inteso la gran mag­gio­ranza dei cubani, anche se curio­sa­mente il resto del mondo non se ne è dato conto. Oggi, le redini del potere poli­tico a Cuba le ten­gono il più gio­vane dei Castro e il suo gruppo di fedeli, in gran parte mili­tari e per­so­na­lità poli­ti­che che per lealtà, per età o per man­canza di forti rela­zioni poli­ti­che esterne, non hanno un pro­prio pro­gramma. In sostanza, non vi è nell’isola una poli­tica cre­di­bile alter­na­tiva a quella delle riforme socio eco­no­mi­che –ma in pro­spet­tiva anche poli­ti­che– ini­ziata dal governo di Raúl. Dis­sensi vi sono, sulla tabella di mar­cia e sulla pro­fon­dità delle mede­sime e sui tempi di riforme poli­ti­che. Il “gio­vane” vice­pre­si­dente Díaz Canel per ora viene «pre­pa­rato» per assu­mere il potere tra qual­che anno, se le riforme funzioneranno.

Fidel, sem­pli­ce­mente man­te­nen­dosi in vita, da alla poli­tica di Raúl una legit­ti­mità e un «respaldo» che, da solo e almeno fino a oggi, il più gio­vane dei Castro non pos­siede di fronte a una parte del par­tito e della sua buro­cra­zia che sono restii, se non aper­ta­mente ostili, a qual­siasi cam­bio che com­pro­metta il loro «potere di posi­zione». In que­sto senso, i due fra­telli, hanno risolto «in modo bril­lante» e «in tan­dem» , una dif­fi­cile situa­zione poli­tica crea­tasi nel 2006, quando, a causa di una grave malat­tia, Fidel ha lasciato il potere. In quel periodo vi era ten­sione e ango­scia. Il pro­blema era la tran­si­zione da una «Cuba con Fidel» a Cuba senza il lea­der sto­rico. Il pro­blema fon­da­men­tale non era, e non è, attuare «un cam­bio», ma «gover­nare il cam­bio», ossia defi­nire un tra­gitto di riforme eco­no­mico sociali man­te­nendo fermo il con­trollo poli­tico. Impe­dire una situa­zione simile a quella della Rus­sia dopo l’implosione dell’Urss nel 1991. Insomma, seguire il “modello” cinese o viet­na­mita, piut­to­sto che la «cata­strofe» cau­sata dall’allora pre­si­dente russo Yel­zin. Anche ieri Mariela , figlia di Raúl e depu­tata, ha affer­mato che «a Cuba non tor­nerà il capi­ta­li­smo». Ovvero che le riforme in corso devono sal­va­guar­dare le con­qui­ste sociali della Revolución.

Que­sta linea poli­tica, che dovrebbe por­tare a una sorta di libe­ra­liz­za­zione con­trol­lata dell’economica e in pro­spet­tiva della poli­tica cubana ha forti appoggi. All’interno, da parte della Chiesa cat­to­lica, all’estero in pri­mis nell’America latina (due “giganti”, Bra­sile e Mes­sico, in par­ti­co­lare) e dall’Europa che ha deciso di abban­do­nare la vec­chia “posi­zione comune” ed è impe­gnata in trat­ta­tive per ride­fi­nire i rap­porti con l’isola, appog­gian­done le riforme. E ora, anche gli Stati uniti hanno aperto una pos­si­bile via per ride­fi­nire le rela­zioni con L’Avana.
La Chiesa cat­to­lica, secondo Lopez Oliva, è seria­mente impe­gnata in un pro­cesso, il cam­bia­mento paci­fico , che ha l’appoggio della grande mag­gio­ranza dei cubani. Infatti la Chiesa ha forti radici in molte comu­nità popo­lari dell’isola. Il car­di­nale Jaime Ortega e il più gio­vane dei Castro hanno tro­vato la strada dell’intesa. Raúl ha fatto con­ces­sioni –libe­ra­zioni dei pri­gio­nieri di coscienza e soprat­tutto in altri impor­tanti set­tori come l’istruzione e la comu­ni­ca­zione– e il ver­tice epi­sco­pale si è impe­gnato per un cam­bia­mento paci­fico se non in alleanza, quan­to­meno non ostile, al governo. Inol­tre, vi è un movi­mento laico cat­to­lico e più in gene­rale cri­stiano, for­mato da un’intellighenzia col­le­gata e in parte pro­ve­niente dalle fila comu­ni­ste, che in pro­spet­tiva potrà agire come sog­getto poli­tico, quando verrà affron­tato il tema del plu­ri­par­ti­ti­smo. Il loro obiet­tivo è prag­ma­tico: far fun­zio­nare un sistema che oggi è pale­se­mente in crisi.

Chi resi­ste o si oppone a tale pro­cesso di riforme? Anche su que­sto punto vi è una sostan­ziale con­cor­danza di vedute. Circa la metà della popo­la­zione cubana –poco più di undici milioni di per­sone– vive, o soprav­vive, del wel­fare socia­li­sta — una serie di ser­vizi e pro­dotti for­te­mente sov­ven­zio­nati dallo stato, oltre all’istruzione e all’assistenza sani­ta­rie gra­tuite. Tanto che quasi il 70% del bud­get sta­tale è dedi­cato alle spese sociali. Non solo, più dell’80% della forza lavoro dipende dal set­tore sta­tale. E’ vero che riceve un sala­rio insuf­fi­ciente, ma ha diritto all’assistenza di cui sopra che, quan­to­meno, evita la povertà e la fame. E que­sto genera timori nei con­fronti di cam­bia­menti che non siano cali­brati. Inol­tre vi è una buro­cra­zia potente, nel par­tito e nello stato, che vive – e in alcuni set­tori, come quello turi­stico, vive bene– pro­prio gra­zie al pro­prio posto. Tanto che la lotta alla cor­ru­zione è una delle prio­rità dell’agenda di governo.